le mie idee sulla vita e il mondo


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21.05.2012 10:37

E' morto il Re, viva il Re

Con riferimento alle elezioni comunali 2012 a Genova, quando viene eletto un Sindaco con il 24% di preferenze tra i cittadini, è evidente che qualcosa non funziona nel sistema democratico del paese.

E quando una città resta governata dallo stesso gruppo politico per più di 30 anni, c'è un sintomo di un problema profondo nella cultura democratica.

Non è neanche questione di chi sia meglio dell'altro.

E' un problema di funzionamento.

La democrazia dovrebbe essere la forma di governo che garantisce che il potere sia dato alla maggioranza, nel rispetto delle minoranze.

Ma quando la partecipazione al sistema è ridotta sotto il 40% della popolazione con diritto di voto, il sistema porta a risultati paradossali e antidemocratici.

Quando il potere viene consegnato deliberatamente ad una minoranza militante, può succedere di tutto. Anche il fascismo, il nazismo.

Bisogna ripensare al sistema democratico: fare un brainstorming esteso e formulare delle ipotesi, delle proposte, da sottoporre al corpo elettorale.

Bisogna evitare che situazioni come quella genovese si riproducano. Situazioni in cui a tutti i centri di potere, dalla chiesa alle associazioni popolari, convenga sostenere lo stesso gruppo politico all'infinito per mantenere lo status quo e i privilegi acquisiti.

Bisogna ripensare il sistema stesso del suffragio universale, perchè è evidente che la definizione di un corpo elettorale a partire solo dagli estremi anagrafici non funziona. Perchè le persone non si possono obbligare ad andare a votare. Perchè non è giusto che persone che non hanno alcuna consapevolezza del funzionamento e dell'organizzazione della società civile vadano a votare con assoluta leggerezza.

Bisogna prevedere sistemi di controllo della politica. Sistemi di impeachment, che consentano al corpo elettorale di ritirare la fiducia a chi non rispetta i propri impegni elettorali. Sistemi che rispondano efficacemente e sensatamente all'antica ma sempre valida domanda: qui custodet custodes?

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14.04.2012 10:38

Messaggio alle vittime del terrore economico

Se le news economiche vi hanno terrorizzato, prima che stringiate il nodo scorsoio della fune che avete attaccato al lampadario di casa (a proposito, non reggerà il vostro peso), vorrei proporvi una riflessione dal punto di vista storico.

La terra che abitate, questa penisola a forma di stivale che da un secolo e mezzo è stata unificata politicamente ma non socialmente, ha una lunga storia fatta dalle esperienze di vita dei nostri predecessori. Con in quali credo sia utile confrontarci, per tarare la percezione che abbiamo di noi stessi.

Procediamo a piccoli passi indietro, 50 anni alla volta.

1962 l'Italia del boom economico. Il benessere si diffonde e tutti si comprano l'utilitaria e il frigorifero. Ah che bei tempi. Peccato che l'età dell'oro dell'economia industriale italiana non garantiva affatto il livello di vita a cui siamo abituati. Pochi potevano permettersi di mettere quotidianamente la carne nel piatto, per dirne una. Il popolo, cioè i salariati come me, era composta da piccoli Marcovaldo, l'antieroe di Italo Calvino. Gli operai non avevano l'ultimo smartphone in tasca, ma vivevano nelle ristrettezze che possiamo vedere nel film "La classe operaia va in paradiso".

1912 l'Italia di Giolitti era insopportabile per il proletariato industriale e agricolo, che combatteva con  scioperi ancora illegittimi e violentemente repressi contro lo sfruttamento. Un'età quanto mai caratterizzata dalla distanza economica tra ricchi e poveri, tra chi ha studiato e chi non ha potuto studiare. Una generazione che per la disperazione si buttava sulla speranza nell'emigrazione di massa. E la generale delusione per il sistema democratico stava covando le radici della nascita del fascismo. Altro che Berlusconi!

1862 l'Italia appena unificata era un'accozzaglia di popolazioni inermi e degradate, in balia del brigantaggio. Ovvero: un tipo come me non sarebbe stato tranqullo neanche ad arrivare ad Arenzano, senza il pericolo di essere rapinato. Non so se mi spiego. Fare viaggi da una regione all'altra era un'avventura spericolata. Con il rischio di non riuscire neanche a capirsi con la gente che si incontra, perchè l'italiano era roba da signori. E fame, e povertà. Senza diritti civili, manco quelli del suffragio universale. Informazione scarsa. Lavoro indefesso, 14 ore al giorno,per la pagnotta. Pan, e li curi! L'idea di farsi una vacanzina in trentino sarebbe stata una questione di marziani e UFO.

1812 l'Italia napoleonica era una terra occupata da un invasore, e sistematicamente violentata e rapinata, anche delle sue ricchezze artistiche, oggi al Louvre. Ai governanti dell'impero francese non interessava la condizione degli abitanti, se non per reclutare gente per le campagne della guerra in Russia, che si sa come è finita. Famiglie private degli uomini, alla fame. Carestie. Non c'era certo il supermercato sotto casa con tutte le varietà merceologiche; neanche ce lo immaginiamo come si riusciva a sopravvivere.

Devo continuare? Volete rievocare la condizione di noi popolani nell'età della rivoluzione francese? Vogliamo ricordare la nostra condizione nel medioevo? Dove vogliamo andare?

Vogliamo vergognarci della nostra disperazione attuale, del fatto che tanta gente stia meditando il suicidio?

Ok, è difficile anche adesso,  ma allora i nostri nonni dovevano buttarsi in massa dai dirupi, ed evitare che dei mollaccioni come noi si lamentassero di non riuscire più a comprarsi il superfluo.

Stiamo un pò attenti a non farci suggestionare dall'amplificazione mediatica dello spread, e guardiamo alle cose concrete. Ce l'abbiamo il cibo in tavola? Siamo vestiti? Le scarpe ce l'abbiamo? Per il resto, ci toglieremo il vizio del fumo, dell'abbonamento alla pay-tv, dell'auto familiare.

Faremo meno regali agli amici e conoscenti; sarà un pò umliante all'inizio, ma ci si prenderà il verso. E invece di far scegliere i nostri figli sugli studi più confacenti, li orienteremo alle prospettive più concrete. Avremo meno commercialisti, e magari più idraulici. Meno laureati in lettere a carico dei genitori, e più infermieri.

E' finita un'era, quella dell'illusione che si si potesse permettere tutto. Non era vero, era una balla, ora lo sappiamo. Stringiamo la cinghia e rimbocchiamoci le maniche.

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11.03.2012 10:40

Qualità da esibire

Leggo sui giornali la proposta dell'Agenzia delle Entrate di creare un sistema di certificazione dell'onestà fiscale, in un momento in cui, in ufficio, sono preso dal ciclo di definizione degli indicatori del controllo di gestione, ovvero dal sistema di produrre una finta sensazione di poter misurare la capacità dei dirigenti.

Le cose sono apparentemente distanti, ma si vede che le mie associazioni di idee sono molto flessibili, perchè ci ho visto un nesso interessante.

Quando vado da un medico, da un notaio, da un calzolaio, da un negoziante, in uno sportello, mi affido allo sconosciuto di turno con la speranza di trovare una persona degna di fiducia, onesta, intelligente, responsabile.

Una speranza che apparentemente è affidata al caso, e che spesso è frustrata dalla realtà di gente che mi  chiede cifre esose per un lavoro di pochi secondi, di gente che millanta competenze insufficienti - che sfortuna - a risolvere il mio problema, di gente che sembra godere a complicare le cose semplici.

E mi viene la fantasia di un sistema di trasparenza che arrivi a certificare le persone per la bontà del loro lavoro e delle qualità personali.

Un sistema che mi dica quanti casi riesce a risolvere quel medico, statisticamente. In modo che io possa evitare quel dannato dermatologo che oltre ad una visita lacunosa mi ha prescritto l'applicazione di quella costosa crema per ben tre mesi, con nessun risultato.

Un sistema che mi dica preventivamente quanto pigia sulla parcella quel notaio, che per ricevere con tutte le formalità una mia dichiarazione mi ha preso cento euro a parola.

Che mi anticipi il trattamento che riceverò dal negoziante da cui ho comprato su internet, quando riscontrerò un difetto di fabbrica, in modo che io possa evitare quel disgraziato che ha preteso una spedizione assicurata a mio carico che arrivi a lui entro e non oltre 10 giorni del televisore che ho comprato inserito nella confezione originale riassemblata perfettamente come arrivata, e inserita a sua volta - udite udite - in ulteriore (introvabile per dimensione)involucro senza scritte, a pena di  decadenza del rimborso.

O che mi faccia evitare di ricorrere a quel funzionario pubblico che sembra godere a farmi fare certificati e autenticazioni costose, persistendo a negarmi le soluzioni più semplici di autocertificazione previste dalla legge 445 del 2000.

E, volendosi spingere ancora di più nel mondo del fantastico, un sistema di certificazione che mi fornisca informazioni e statistiche sull'affidabilità o meno delle persone che chiedono la mia amicizia nel momento del bisogno, e che poi spariscono non appena trovano altri riferimenti, dandomi la sgradevole sensazione di essere stato usato e gettato nel cestino, come un cleanex.

Bollini per tutti!

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21.01.2012 10:41

A pugni chiusi

Si impara dai propri errori, se uno ha la serenità intellettuale per potersi emendare. Per lo più, siamo troppo coinvolti emotivamente dai problemi per fare tesoro di quello che la vita ci insegna. Non è il momento dell'ansia e dell'angoscia quello più favorevole per comprendere noi stessi e gli altri. Così, di fatto, si riesce a riflettere meglio guardando in modo esterno e distaccato gli errori degli altri. Situazioni che facilmente, anche troppo, ci inducono a pontificare ed arrischiare l'idea di facili soluzioni. E spesso, per quanto mi riguarda, lo stimolo a dare consigli non richiesti, che sugli altri di solito hanno un effetto pari a zero.

Tuttavia tutto serve, e non bisogna buttare via niente: i consigli che diamo agli altri sono ottimi per noi.

Ultimamente in ufficio ho dovuto assistere ad alcuni episodi di conflitto personale tra colleghi, sfociati in risse più o meno verbali, alle quali non ho personalmente assistito. Mi è toccato comunque coinvolgermi sia per gli aspetti disciplinari, che per cercare soluzioni di composizione del conflitto per mandare avanti il lavoro. Il che mi ha indotto a riflettere sul conflitto relazionale, e a cercare soluzioni che quanto io sono stato personalmente coinvolto in situazioni simili non ho avuto la lucidità e serenità intellettuale di poter individuare.

La lite è lo scoppio di un conflitto che cova come un vulcano, in tempi più o meno lunghi. Questa eruzione violenta e aggressiva non serve quasi mai a chiarire nulla. Quando si litiga, si tirano su i fortini. Non si è pronti a riconoscere il punto di vista dell'altro, per principio. E' una micro-guerra, che è insensata come tutte le guerre, e porta solo morti e feriti tra i sentimenti di entrambe le parti. So di non essere condiviso da tutti gli amici quando dico che la lite è sempre da evitare; in particolare so che alcuni sostengono che meglio dirsi le cose in faccia che covare dei rancori ad alimentare le proprie nevrosi e ulcere gastriche. Ok, meglio non trattenere sentimenti negativi a lungo, per igiene mentale; ma i conflitti vanno gestiti prima che sfocino in liti. Almeno, questa è la mia opinione.

Proprio ieri sul lavoro una mia collaboratrice mi ha rappresentato di essere stata vittima di un'ingiustificata aggressione verbale da parte di una collega, chiedendomi di procedere contro quella.

E' stata per me l'occasione di individuare una soluzione, che fosse concretamente applicabile al caso. Ho detto alla mia collaboratrice questo: bisogna perseguire tre fondamentali direttrici.

Innanzitutto occorre prevenire: se si individuano le occasioni di lite, occorre evitarle, girare al largo. Evitare chiacchere inutili, tentativi sterili di spiegazioni che in un momento di rancore non possono penetrare oltre le mura difensive dell'altro. Meglio salutare quando ci si incontra, e non tenere i musi. Ma non si può avere troppa fretta di chiarirsi, ci vuole un tempo di decantazione. Quindi, prevenire il conflitto verbale, che non serve a nessuno.

In secondo luogo, occorre armarsi di santa pazienza. Nella vita ci sono mille occasioni di dover imparare a sopportare le persone moleste. Lo dobbiamo fare tutti, nessuno escluso. Dobbiamo prendere coscienza di essere molesti - nostro malgrado - gli uni con gli altri. E che per farci perdonare la molestia che diamo, non possiamo che umilmente tollerare l'altrui. Siamo tutti uguali: offensivi, irritanti, provocatori. Nessuno escluso. Solo chi vive nella chimera di non esserlo non è disposto a sopportare gli altri. Chi non pazienta è il più molesto, solo per questo.

Terzo e ultimo - ma primo per importanza -  passaggio obbligato della gestione del conflitto, è la  comprensione.  Che non vuol dire affatto, che si riesca a capire perchè l'altro si comporta così. Questo non succede quasi mai. Non riusciamo neanche a capire noi stessi, gli altri sono un universo misterioso. Comprensione significa aprirsi al punto di vista dell'altro. Tentare di uscire dalla propria prospettiva. Simulare quello che faremmo noi al suo posto. Rinunciare a giudicare i comportamenti altrui, prendendo coscienza dell'ignoranza inevitabile dei fattori che li determinano. Non sappiamo perchè la gente si comporta in un certo modo. Rimaniamo quotidianamente stupiti persino dai nostri comportamenti, perchè spesso determinati da motivazioni inconscie. Non possiamo giudicare gli altri perchè non sappiamo, e quindi per lo stesso principio razionale e legale per cui uno va considerato innocente fino a che non sia definito giudicato, non possiamo condannare gli altri per il loro comportamento sbagliato. Che rimane sbagliato anche se rinunciamo ad avercela con l'autore. La logica del perdono è inevitabile. Non possiamo che andare avanti nei rapporti, non possiamo permetterci di bloccarci sugli errori altrui. Dobbiamo perdonare per poter vivere. Visto che non potremo mai capire tutto e giudicare qualcuno, tanto vale andare avanti. Non rinunceremo a difenderci dalle aggressioni, ma non possiamo permetterci di girare tutta la vita con la spada sguainata.

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21.01.2012 10:40

Italiani!

Le vicende recenti del difficile rapporto con l'Unione Europea per la crisi economica italiana, e la polemica con i tedeschi sulla faciloneria - per non dir peggio - della gestione del naufragio all'isola del Giglio, hanno stimolato in me e in altri la riflessione su cosa significhi essere italiani.

Io ho da sempre una percezione di finzione retorica sul concetto di italianità. A differenza dell'identità culturale francese, spagnola, o inglese, quella italiana mi è sempre apparsa critica perchè nasce in una maniera forzata da processi storici recenti: gli abitanti della penisola sono quasi sempre stati frammentati in identità culturali - prima che politiche - ben distanti. Sono stati unificati dai romani con guerre sanguinose nel II secolo avanti Cristo, e si sono nuovamente separati 7 secoli dopo per l'invasione barbarica dei longobardi; e di lì dovranno passare altri 13 secoli prima che una dinastia locale riesca ad invadere con le armi la penisola unificandola forzosamente, ed imponendo l'uso alle popolazioni della lingua italiana che esisteva solo nello stretto cerchio di una borghesia acculturata. Quindi abbiamo un'esperienza di un secolo e mezzo di unificazione, in cui sono ben chiare le differenti aspirazioni delle popolazioni dello stivale: ci sono aree in cui non c'è alcun interesse all'identità nazionale, ma anzi una certa insofferenza come in Valle d'Aosta o in Alto Adige. Altre, in verde nella mia cartina, che si identificano come polo economico e culturale tra loro, ma non con quelle più in basso, a partire dal Lazio. Le popolazioni centrali che hanno una loro retorica nazionale, basata sulla finzione del sostegno di tutto il resto della penisola e sull'eredità della storia romana. Quelle in rosso, che rivendicano una italianità particolare, emulativa, parassitaria. Qui nascono e proliferano i poteri antistatali, le istituzioni dominate da poteri occulti, ogni paradosso economico, una vita a ritmi più lenti, il gigantismo dell'apparato pubblico. E' stato più facile fare l'Italia, che fare gli Italiani.

Se non ho esagerato troppo le differenze, si capisce perchè gli italiani siano la popolazione che rispetto alle altre ha meno identità nazionale. Molto meno dei francesi e degli inglesi, infinitamente meno degli statunitensi.

Eppure la finzione retorica continua, pompata da quella classe politica che ha tutto l'interesse nel rivendicare l'italianità per coagulare potere e soldi.

Il mio dubbio nasce anche sul piano etico, e al di là della situazione italiana: mi domando cioè se abbia un senso la rivendicazione nazionalistica. E se le etichette nazionali aiutino ancora a comprendere le persone. E se non sia venuto il momento di  mettere da parte questi concetti per apprezzare di più l'uguaglianza tra le persone di tutto il mondo.

Tutti meritano rispetto. Nessuno è migliore di altri. Pensare che un francese sia meglio di un italiano è razzismo. Come pensare che un italiano sia meglio di un marocchino. Non contano le etichette, ma le persone. Ci sono italiani chiassoni, donnaioli, faciloni e corrotti, ma se questa è l'immagine che di noi ha il mondo dobbiamo rivendicare la diversità. In Italia, come dappertutto, non siamo tutti della stessa indole. Non tutti gli americani sono ubriaconi, non tutti i tedeschi esagerano con la birra, nè tutti i russi con la vodka.

Lo stereotipo non spiega, è una finzione. Chi ha amici in tutto il mondo percepisce l'unità tra persone di diverse culture che amano gli stessi valori. Chi ama l'ecologia. Chi l'igiene. Chi la serietà nel lavoro. Chi la solidarietà verso chi è più sfortunato. Chi si batte per la pace. Questa è la vera nazione, non quelle politiche. La nazione degli uomini di buona volontà.

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14.01.2012 10:42

Leggerezza

Raccolgo la provocazione intellettuale di un mio amico carissimo, che mi ha fatto notare che la sottovalutazione delle cosiddette attività leggere nella nostra vita è del tutto erronea.

Siamo in effetti culturalmente condizionati ad assumere una posizione falsamente morale nei confronti dell'organizzazione del tempo nella nostra vita.

Falsa perchè non è affatto credibile che uno si debba realizzare solo in attività impegnate come leggere o scrivere un libro, analizzare opere d'arte d'avanguardia, partecipare alla vita sociale, studiare ed aggiornarsi; e falsa perchè come spesso succede una volta fissato un bel principio morale, chiaramente ognuno per i fatti suoi disperde il proprio tempo in mille rivoli di attività inconcludenti.

"Comportati così, Lucilio mio, rivendica il tuo diritto su te stesso e il tempo che fino ad oggi ti veniva portato via o carpito o andava perduto raccoglilo e fanne tesoro. Convinciti che è proprio così, come ti scrivo: certi momenti ci vengono portati via, altri sottratti e altri ancora si perdono nel vento. Ma la cosa più vergognosa è perder tempo per negligenza. Pensaci bene: della nostra esistenza buona parte si dilegua nel fare il male, la maggior parte nel non far niente e tutta quanta nell'agire diversamente dal dovuto. Puoi indicarmi qualcuno che dia un giusto valore al suo tempo, e alla sua giornata, che capisca di morire ogni giorno? Ecco il nostro errore: vediamo la morte davanti a noi e invece gran parte di essa è già alle nostre spalle: appartiene alla morte la vita passata. Dunque, Lucilio caro, fai quel che mi scrivi: metti a frutto ogni minuto; sarai meno schiavo del futuro, se ti impadronirai del presente. Tra un rinvio e l'altro la vita se ne va. Niente ci appartiene, Lucilio, solo il tempo è nostro. La natura ci ha reso padroni di questo solo bene, fuggevole e labile: chiunque voglia può privarcene. Gli uomini sono tanto sciocchi che se ottengono beni insignificanti, di nessun valore e in ogni caso compensabili, accettano che vengano loro messi in conto e, invece, nessuno pensa di dover niente per il tempo che ha ricevuto, quando è proprio l'unica cosa che neppure una persona riconoscente può restituire. "

Lucio Anneo Seneca, Lettere a Lucilio, anno 62 d.c.

Quando nell'adolescenza ho conosciuto l'insegnamento di questo antico maestro, ne sono stato favorevolmente impressionato. Il problema del tempo è il problema delle attività oziose, generalmente considerate sconvenienti dal punto di vista morale.

Ma se è poco ma sicuro che l'ozio sia il padre dei vizi, in realtà - quando uno se lo può permettere - è il momento per ritirarsi nel silenzio, nel proprio intimo, in un'attività magari fisicamente impegnativa ma rilassante per la nostra mente trafficata di distrazioni.

Proprio Seneca scrisse nello stesso anno il trattato De Otio rivolto all'amico Annio Sereno in cui illustra i vantaggi della prospettiva epicurea dell'ozio e di quella stoica.

Il mio punto di vista è questo: la mente umana ha necessità molteplici, e spesso ignote. Vivere nel costante impegno è uno stress alla lunga intollerabile, contro natura. Il momento della leggerezza ci vuole. Il  momento dell'evasione, del non pensare a nulla, della chiaccherata del più del meno. Il momento del gioco. Del cd. cazzeggio.

Io sono contrario invece a quel tipo di evasione che comporta uno stordimento dei sensi. Sono contrario ad ogni forma di droga, chimica e multimediale. Alla musica assordante delle discoteche. A spendere troppe ore nel non concludere nulla. Sit modus in rebus.

Mi piace un'evasione leggera anche nel suo stesso spazio. Anche l'evasione non deve rubarmi il tempo alla vita produttiva. Non mi piacciono in genere le trasmissioni televisive troppo lunghe. Giusto il tempo di un telefilm, tre quarti d'ora. Non mi piace - e questo è stupefacente per molti miei colleghi di lavoro - trattenermi oltre una settimana in ferie. Mi piace vivere normalmente lavorando. Mi spaventa la propettiva della pensione - e grazie a Dio ultimamente il governo mi sta molto rassicurando in tal senso... ;)

No, la vita reale si sviluppa nella realizzazione di un'attività produttiva. E pure anch'essa non deve dominare nella totalità la ns. vita. La pausa è d'obbligo. Che sia anche frequente, ma breve. Il tempo di rilassarsi, di sgranchirsi le sinapsi.

Io lo confesso: mi rilasso in palestra ascoltando Schubert, guardando vecchi episodi di Star Trek alla TV, facendo un videogioco sulla console di casa. Una passeggiata con il mio amato padre, una chiaccherata con i miei amici del cuore, le coccole con mia moglie. Anche il momento della preghiera, visto che sono credente.

Niente di impegnato, ma qualcosa di molto importante per la mia vita.

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05.01.2012 10:44

Aria fresca nella coppia

Ti amo per come sei. E per come sarai.

Anche se tu cambiassi in un modo che io ritengo sbagliato, se tu adottassi un comportamento autodistruttivo; se ti buttassi nel materialismo estremo, nella dipendenza da sostanze psicotrope, nel fondamentalismo e nell'intolleranza; sempre io ti amerò, pur non potendo condividere.

Io rispetterò le tue posizioni, ma pretenderò rispetto per le mie: non ti lascerò distruggere le ns. finanze comuni nel vizio del gioco, nè inquinare l'aria che respiro con la tua sigaretta, nè mi lascerò picchiare quando tornerai a casa nei fumi dell'alcol.

Io mi adatterò alle tue nuove tendenze, senza rinunciare a quello che sono.

Io ti amerò nella diversità.

Io ti amerò nella verità.

La mia e la tua.

Io ti amerò nel proporti a volte una via diversa di vivere, e ti offrirò il mio supporto se vorrai cambiare.

Ma ti accetterò anche quando penso che sbagli.

Non ti chiederò di annullare la tua individualità formando una psiche comune di coppia.

Ognuno di noi continuerà a ragionare con la propria testa, e ci confronteremo.

 

Le relazioni personali degradano, se non costantemente alimentate.

Il tempo le usura. Spesso si ritiene che il bagaglio delle esperienze comuni rafforzi la relazione, ma i ricordi non possono essere il principale legame tra le persone. Non si può vivere nel passato.

La coppia stabile vive in una sua dimensione evolutiva, per cui sembra superficialmente non cambiare nel tempo, ma nulla è costante, e la realtà mutevole la stimola a trovare nuovi equilibri.

Sono tante le situazioni nuove che la coppia si trova a fronteggiare, e deve adattarsi.

Oltre agli stimoli ambientali, la coppia deve affrontare il cambiamento individuale: ogni uomo e ogni donna in ragione di molti fattori si trova a cambiare opinioni, gusti, valori, comportamenti.

E il partner subisce questo cambiamento senza poter fare gran chè. Può solo adattarsi.

Amare significa anche rispettare il cambiamento altrui.

Il sistema coppia resiste al cambiamento, come qualsiasi altro sistema, e si adatta con sforzo e sofferenza. Ma si deve adattare: o si piega o si spezza.

Piegarsi non vuol dire per forza subire l'effetto in modo passivo; anzi, una maggiore disponibilità al cambiamento e all'adattamento crea un rafforzamento della relazione personale.

La condizione perchè entri aria fresca nella coppia è la permeabilità.

La coppia non può vivere in una dimensione autoreferenziale.

Deve confrontarsi, continuamente, con l'esterno.

Deve ascoltare l'opinione degli altri, senza esserne dipendente.

Deve lasciarsi "leggere" dagli altri.

Anche la coppia ha un "io cieco" di cui appropriarsi.

E deve vivere l'accettazione della realtà.

Interna ed esterna.

 

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